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Il rischio di estinzione del Lagotto Romagnolo

Il rischio di estinzione del Lagotto Romagnolo

Il cane da tartufi a pelo riccio romagnolo chiamato Lagotto rappresenta l’unica razza canina esistente al mondo specializzata nella ricerca del prezioso tubero.

Notizie sulla presenza del Lagotto nelle Valli di Comacchio e nelle zone paludose della bassa pianura romagnola si hanno già a partire dal 1860.

In quel tempo infatti piccoli cani dal pelo molto arricciato affiancavano nelle varie attività i “Vallaroli” o Lagotti, pittoreschi personaggi che prima delle grandi bonifiche di fine ‘800 furono la vera e propria anima di quelle lagune ricchissime di selvaggina.

I vallaroli che avevano in concessione le note “tinelle” o “botti” per la caccia di valle accompagnavano abitualmente i signori in quella affascinante e difficile pratica venatoria.

Un’altra attività dei Vallaroli era la cerca del tartufo, allora meno conosciuto di oggi e molto più abbondante.

Inseparabile compagno di costoro, era il piccolo lagotto, custode dell barca e della casa, riportatore e recuperatore bravissimo sopratutto di folaghe.

Allorquando centinaia di barchini nei famosi rastrelli circondavano branchi di migliaia di questi uccelli, facendone delle vere e proprie stragi.

Il Lagotto spesso, per ore e ore, si tuffava anche nelle giornate più rigide, a volte rompendo il velo di ghiaccio e nuotando sott’acqua per poi portare sulla battana i volatili abbattuti.

Un comportamento che potremmo definire da anfibio, reso possibile dalla compattezza del pelo del cane a riccio strettissimo e con abbondante sottopelo.

Un vero e proprio strato impermeabile e idrorepellente che impediva all’acqua di venire a contatto con la pelle, bastava una scrollata il cane era perfettamente asciutto.

Il nome di Lagotto deriva quindi sicuramente dalla sua primitiva funzione di cane da acqua in sintonia con le principali attitudini del Barbet (cane d’acqua Francese) sui principale antenato e con gli latri cani da acqua ancora oggi esistenti in diversi paesi d’Europa come il Perro de Agua Español, Cão de água português, Irish water spaniel, ecc.. Tutti geneticamente debitori al vecchio Barbet così come del resto il notissimo Barbone.

Del resto nel dialetto romagnolo “Càn Lagòt” è sinonimo di cane da acqua o cane da caccia in palude dal pelo riccio e ispido.

La spiccata attitudine alla cerca, la grande addestrabilità e l’ottimo olfatto fecero poi del lagotto un efficace cane da tartufi.

Ha causa delle bonifiche che nel corso di decenni hanno costantemente ristretto l’immensa palude comacchiese e romagnola, facendo scomparire quasi del tutto i Vallaroli, anche il lagotto perse progressivamente la sua funzione di cane acquatico specializzandosi gradualmente come tartufaio.

Il periodo di passaggio tra le due funzioni è databile dal 1840 e il 1890. Si può addirittura dire che nell’intervallo di tempo tra le due guerre mondiali la quasi totalità degli ausiliari canini dei tartufai romagnoli e delle zone limitrofe erano lagotti.

D’altro canto la pressoché totale sostituzione dell’appoggio vivo della vite con i pali di cemento e i progressivi incauti disboscamenti hanno sempre più rarefatto il tartufo specie in pianura.

Il lagotto si rivelò così adattissimo sopratutto per quel suo pelo a riccio stretto molto fitto, alla cerca del tartufo nei boschi e nelle spinaie collinari, nel periodo autunno-inverno, dimostrandosi praticamente insensibile all’umidità.

Del resto la sua proverbiale versatilità unita a viva intelligenza e sobrietà d’abitudini ne avevano fatto un cane robustissimo e pronto a qualsiasi evenienza, inclusa la guardia dei casolari e la lotta contro gli animali selvatici nemici dei pollai.

Già a partire dal 1920 il lagotto era ben conosciuto nelle valli dell’appennino romagnolo, particolarmente nella Valle del Santerno in località Casal Fiumanese dove il barbiere “pippo” e il suonatore ambulante d’organo Bagaretta cominciavano ad allevare e a diffondere e far conoscere il cane riccio delle paludi ormai diventato espertissimo cercatore di tartufi.

Naturalmente ci sono altri pittoreschi personaggi, oltre a questi, che si interessavano al lagotto in quel periodo. Molte furono le storie e le vicende alcune delle quali sono giunte fino ai nostri giorni. Venirne a conoscenza fu basilare per ricostruire la storia della razza.

Va comunque chiarito che i tartufai hanno sempre operato in allevamento in modo totalmente empirico, al di fuori quindi di ogni regola genetica, badando al risultato pratico e immediato: ottenere il miglior cane da tartufi lagotto o non lagotto che fosse.

Il principale scopo di ogni tartufaio è sempre stato in parole povere quello di ottenere un tipo di cane ideale e cancellato completamente l’istinto venatorio, potesse dedicarsi in modo specialistico alla cerca del tartufo fresco; un settore dove la concorrenza è spietata… dove invidia, diffidenza, furbizia, disonestà, egoismo e, a volte, crudeltà sono il pane quotidiano.

Un mondo quello dei tartufai fatto di “sentiti dire” e di antiche vicende tramandate oralmente spesso da pochi eletti in assoluta segretezza per non svelare mai ai non eletti il valore di un cane o di una linea di sangue o la bontà di una pastura dove il tartufo c’è… ma solo per chi ne conosce il segreto e nessuna altro.

Un mondo dove spesso occuparsi di cani, aveva e ha tutt’ora purtroppo, ben poco di cinofilo e meno che mai di cinotecnico, limitandosi in allevamento alle soluzioni più empiriche e fini a se stesse.

In questo modo il nostro lagotto giunto nelle vallate romagnole fissatissimo dai continui accoppiamenti in stretta consanguineità, effettuati dai Vallaroli delle paludi comacchiesi, cominciò a essere inquinato da continue e ingiustificate intromissioni di sangue estraneo: Pointer, Barbone, Setter, Spinone, Breton, Bracco, meticci i cui effetti non tardarono molto a manifestarsi.

Sul finire degli anni ’70 un gruppo di valenti cinofili romagnoli guidati dal gentiluomo imolese Quintino Toschi, presidente del locale gruppo cinofilo con la sovraintendenza del Prof. Francesco Ballotta, grande allevatore e giudice ENCI, il quale ricordava i lagotti della sua lontana giovinezza, e il sosteno tecnico del Dott. Antonio Morsiani (cinologo, giudice e allevatore di fama mondiale) decisero che era venuto il momento di prendere in mano la razza per salvarla dalla pressoché totale degenerazione in cui era caduta a causa l’incompetenza, l’ignoranza e l’incurie di chi la deteneva.

Essi coadiuvati nella loro opera dal Rag. Ludovico Babini, cinofilo romagnolo di antica esperienza, da Gilberto Grandi allevatore giudice ENCI e dal Dott. Giovanni Morsiani, diedero inizio alla ricostruzione genetica e morfologica del lagotto facendolo uscire appena in tempo dal tunnel senza ritorno dell’estinzione.

La riunificazione delle due storie parallele del lagotto: quella delle sue originarie paludi e quella delle colline appenniniche creò i presupposti per riportare in purezza la razza.

Nel corso di 12 anni sono state organizzate riunioni di studio e raduni, dove i cani sono stati esaminati misurati cinotecnicamente, tatuati, fotografati e inseriti su apposito registro.

Se ne sono ricostruite le linee di sangue, si è cercato di fornire agli sprovveduti allevatori le indicazioni fondamentali per una più razionale e scientifica selezione morfogenetica.

Si è trattato di un durissimo lavoro che solo la grande passione e la volontà di chi lo aveva intrapreso ha consentito di portare a compimento.

In questi ultimi anni la razza del lagotto romagnolo si è segnalata per una decisa evoluzione verso una ben definita tipologia che oggi potremmo definire veramente omogenea e che possiamo ritrovare in alcuni dei migliori allevamenti di lagotto romagnolo.

 

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